🪁Il mare sa essere maestro. Ti è mai capitato di sederti sulla riva a guardare le onde che vanno e vengono, sfiorandoti le dita dei piedi?
Osserva per bene l’onda.
Giunge e si ritira,
si ritira e giunge di nuovo,
ipnotizzando lo sguardo.
🪁In un’onda c’è tutto il mare.
🪁Ci sono tanti bambini qui, sulla spiaggia, si rincorrono facendo volare alti i propri aquiloni, ridono, saltellano, urlano gioiosamente, fanno a gara per mostrare al cielo l’aquilone più veloce e bello.
Quanti colori sgargianti riempiono gli occhi, nel movimento delle scie colorate stagliate sull’azzurro brillante del cielo.
Ogni pensiero per ogni aquilone.
🪁Nei momenti di grande dolore, come la perdita di un padre, se riesci a farti attraversare dalla sofferenza senza volertene liberare, ma accettandola con riconoscenza, riesci a vedere il mondo sotto una diversa angolazione, assai utile e soddisfacente.
È come se afferrassi un grande setaccio e ti mettessi all’opera per separare oro e argento dalla terra.
Così il dolore più grande sminuisce ciò che fino a ieri pensavi fosse importante per te. Acquisisci una diversa consapevolezza di bene e male e di luce ed ombra, ponendo attenzione su ciò che è sostanza, essenza, presenza.

🪁Ricordo il saggio Kan, un vecchio pescatore con cui feci amicizia da bambina sull’isola di Procida. Trascorrevo pomeriggi, sulla banchina di attracco delle barche, al suo fianco e in silenzio a osservare come pescasse.
Il vecchio Kan prendeva pochi pesci in verità, e quando gli chiedevo come mai ne prendesse così pochi, lui mi rispondeva “Meglio pochi ma buoni”.
Mi dispiaceva sempre per quei poveri pesci, una volta ne provai tanta pena che rovesciai il secchio con i tre cefalotti, restituendoli al mare. Feci tutto in fretta per non farmi scoprire.
Ma Kan mi vide lo stesso.
Il giorno seguente con serafica pacatezza mi disse “Ieri hai buttato i miei tre cefalotti in acqua, ti ho visto”.
Nonostante fossi intimorita dalle sue rughe – dato che mio padre mi ha insegnato che mentire è affare di gente codarda e vigliacca – confessai. “Sì, è vero, ma l’ho fatto perché ho sentito il loro grido disperato, volevano tornare in acqua a tutti i costi”.
In effetti era vero.
Il vecchio Kan scoppió a ridere rumorosamente “Buon Dio! Abbiamo proprio una piccola dea”.
“Non ho capito!” esclamai curiosa.
“Sì sì che hai capito benissimo. Chi conosce il linguaggio di pesci, e quindi del mare, è un dio. Anche sé piccolo come nel tuo caso.”
Rise di gusto “Chissà cosa avrai combinato lì su per venire catapultata qui!” E alzò gli occhi grigi di cristallo al cielo.
🪁 Alzai lo sguardo al cielo anche io e vidi per la prima volta un aquilone rosso e arancio volare alto, libero da fili.
In quel momento il mio cuore era quell’aquilone, mi sentì leggera leggera come una piuma e risi anche io.
Corsi in barca da mio padre che mi chiamava a gran voce mentre il vecchio pescatore mi salutava con la mano.
🪁Dopo quel giorno, non vidi più il vecchio Kan.
In compenso, tutte le volte che alzavo gli occhi al cielo, nei giorni d’estate, facevo caso a dei bellissimi aquiloni color rosso e arancio.
Anni dopo, da ragazza, recandomi sul pontile della darsena turistica dell’isola chiesi se qualcuno conoscesse un pescatore di nome Kan. Qualcuno mi disse che ce ne era stato uno vecchio vecchio, ma che si chiamava Peppe, ormai morto da anni, qualcun altro mi disse di non conoscere nessuno che rispondesse al nome di Kan, nome assai improbabile per un pescatore procidano.
🪁Siamo aquiloni. Colorati e svolazzanti.
E a volte, qualcuno di noi riesce a liberarsi dalla cordicella che ci tiene avvinti alle mani di bambini giocosi e saltellanti per volare verso l’immensità del cielo.


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